Libertà e rigore del processo terapeutico nell’emergenza pandemica – di G. De Simone

La Scuola di psicoterapia dinamica Bios Psychè nel suo progetto fondativo ha assunto il dettato di epistemologia critica della psichiatria, portato avanti con coerenza e determinazione da Massimo Fagioli nella sua prassi teorica e clinica, secondo cui la psichiatria trova la sua identità nell’affrontare la mente senza coscienza, la psicologia la trova se assume una metodologia medica.

Un tale orizzonte formativo e culturale ha portato a costruire, sulla base di un nuovo e collaudato impianto teorico e metodologico, la prospettiva di fare una psicoterapia come cura per la guarigione.

Una prospettiva che si propone come possibilità reale a chi accetta l’idea che una identità di formazione psicoterapeutica per essere identità che fa la psicoterapia come cura per la guarigione, deve essere e avere un’identità umana.

Nell’identità dello psicoterapeuta devono essere presenti le realizzazioni fondamentali della vita umana: nascita, svezzamento, riconoscimento di sé allo specchio, visione dell’essere umano diverso e realizzazione della propria identità sessuale (Fagioli). Questi aspetti non sono costrutti o metafore ma realtà non materiali dello sviluppo necessarie per cercare di conoscere e realizzare l’identità umana oltre la razionalità della veglia e della coscienza.

Un’identità nuova che è diventata possibile realizzare dopo che le più profonde dinamiche della mente non cosciente sono state messe in evidenza dalla teoria della nascita di Massimo Fagioli che ha verbalizzato le tappe originarie dello sviluppo neonatale – antecedenti il rapporto orale col seno (Klein) e il complesso edipico (Freud) – considerate inconoscibili e inaccessibili dal pensiero psicoanalitico.

Una conseguenza storica del grande gruppo di psicoterapia (Analisi collettiva) condotto dall’autore della teoria della nascita è stata quella di dimostrare che “setting transfert e interpretazione non è stata mai psicoanalisi che era la ricerca del ricordo cosciente”. Un compito storico della Scuola Bios Psychè, della Rivista “Il sogno della farfalla” è quello di dimostrare ciò che è psicoterapia, che la struttura di setting transfert e interpretazione è psicoterapia perché (e se) è cura per la guarigione.

Nello scrivere queste pagine ho tenuto presente e condiviso l’orientamento prevalente nei colleghi della Scuola convinti che per addentrarsi in una riflessione meditata sulle iniziative psicoterapeutiche assunte nell’emergenza Covid-19, era necessario lasciar passare del tempo. Come dire, al distanziamento nello spazio andava aggiunto un distanziamento nel tempo per lasciar diradare la nebbia emotiva che poteva avvolgere un pensiero di valutazione metodologica.

Una riflessione sul piano della metodologia sui bruschi cambiamenti nei settings e nelle modalità relazionali che l’improvvisa emergenza epidemica ha provocato mettendo i terapeuti davanti al dilemma di come affrontare l’interruzione involontaria della psicoterapia.

E su questo tema sono stato da varie parti sollecitato a stilare delle note di riflessione, a carattere del tutto introduttivo che, preciso subito, non intendono pronunciarsi sul dilemma: sedute di psicoterapia on line sì o no.

Si cercherà di mettere a fuoco le possibili implicazioni metodologiche sul processo psicoterapeutico e sul suo brusco cambiamento nel momento in cui si è accettata la sfida di sperimentare le sedute on line in nome della continuità terapeutica. Una scelta in questo caso difficilmente valutabile, anzi da non valutare sul piano oggettivo in quanto riguarda la scienza e coscienza del terapeuta, la sua insindacabile libertà operativa, ma che ci consente di impostare una discussione nell’ambito della Scuola per illustrare meglio agli allievi la variazione o meno dei punti qualificanti l’identità di indirizzo teorico e metodologico, per evidenziare eventuali rischi, nel passaggio alle sedute per via telematica, di svuotare di contenuto l’atto terapeutico e per individuare quali nuove regole, procedure e assetto formativo siano – se ci sono – prefigurabili per poter attribuire alle sedute on line una base di terapeuticità e di compatibilità con l’indirizzo della Scuola.

Per comprendere cosa succede davanti ad uno schermo si deve indagare quello che si pensa che succeda nello studio di psicoterapia, perché questo secondo aspetto è parte della controversia. Molte delle controversie che si manifestano sulla psicoterapia on line hanno alla base un’idea diversa di ciò che accade nel rapporto diretto.

 

Realtà virtuale e ‘come se’ nel setting psicoanalitico

La psicoanalisi ufficiale ha in corso un dibattito molto acceso che va avanti da anni con una contrapposizione molto netta tra entusiasti e denigratori della teleanalisi, con scarso confronto teorico e infinite discussioni sulla dimensione virtuale dell’esperienza che è considerato l’aspetto centrale delle sedute digitali.

Gli studi ufficiali all’interno delle Società di psicoanalisi parlano apertamente dell’esistenza di un altro tipo di realtà, oltre a quella fisica e psichica, la realtà virtuale. “La realtà concreta e immaginaria in cui siamo immersi sta cambiando rapidamente e dobbiamo ormai tenere conto che esiste un altro tipo di realtà oltre a quelle che abbiamo sempre recepito: quella concreta e psichica. Quella tangibile e quella interna (soggettiva, conscia, inconscia, onirica) così come quella creata in seno al teatro, alla letteratura, alla narrazione, al cinema, o in seno alla virtualità del come se e del transfert del dispositivo analitico” (Curtis 2007).

La psicoanalisi si propone di leggere la variegata natura della realtà virtuale con l’idea di esplorare ‘gli spazi virtuali della mente’. La caratteristica della virtualità “può suggerirci qualcosa sulla mente proprio in quanto condivide con essa lo statuto di luogo/non luogo che, pur avendo una base fisica, materiale (il cervello e il sistema nervoso o la struttura dell’hardware) risulta appunto smaterializzato. Internet crea una nuova forma di realtà smaterializzata (parareality), una realtà simulata meglio conosciuta come cyberspace, accostabile, sul piano psicologico, ad una misteriosa area astratta e totipotente” (Jasso 2002).

La realtà virtuale non è uno spazio esistente in senso materiale, né visibile, percepibile con i cinque sensi. Ecco che per questo può riproporne l’aporia di una cosa che può esistere senza essere conoscibile. Una riproposizione dell’impossibilità conoscitiva della cosa in sé ripresa dall’idea storica dell’inconscio filosofico, das Unbewusste, confluita nella concezione freudiana dell’inconscio e ribadita dalla psicoanalisi contemporanea. È ripresa continuamente la citazione di Bion dai Seminari Tavistock a proposito dell’inconscio e della sua inconoscibilità: “Posto che non sappiamo cosa c’è, inventiamo delle teorie e costruiamo una gloriosa struttura che di fatto è priva di fondamenta o l’unico elemento dotato di fondamento è la nostra mancanza (assoluta) di conoscenza” (Bion).

C’è nel mondo ufficiale degli psicoanalisti, in particolare post bioniani, chi propone che “la realtà virtuale riveste significato, in relazione alla psicoanalisi, per la possibile comune condivisione, sul piano metaforico, della presenza, all’interno di queste due dimensioni, non di oggetti reali, definitivi e ‘ultimi’ (od originari), bensì di quei derivati ‘narrativi’ di cui i teorici del campo analitico da sempre, sulla scia bioniana e non solo, sottolineano la basilarità e presenza all’interno dell’intersoggettività analista-paziente” (Fiorentini 2013).

La relazione terapeutica come campo analitico è intesa come uno spazio capace di contenere gli affetti e le fantasticherie (identificazione introiettiva e proiettiva) che si producono nella seduta. Il campo non ammette elementi di causalità a differenza del nostro indirizzo che imposta il setting e il lavoro terapeutico alla ricerca della causa, dell’eziopatogenesi di malattia.

Nello spazio virtuale che funge da contenitore, come il setting psicoanalitico, si producono contenuti interattivi e significati. La domanda è: si può stabilire un rapporto che produca senso e a quali condizioni?

La maggior parte delle psicologie dinamiche e delle psicoanalisi, per non dire tutte, considerano lo spazio virtuale in sintonia con la loro concettualizzazione di spazio psichico e di mente collocate nello spazio. Le relazioni oggettuali, i movimenti psichici avvengono per spostamento di oggetti nello spazio, intrapsichico, nella rimozione, interpsichico nell’identificazione proiettiva. La concezione spaziale dell’inconscio e della mente rinvia alla realtà materiale e al ricordo cosciente.

La relazione ‘reale’ concreta tra persone si manterrebbe tale, secondo questa impostazione, anche se si passa ad una relazione ‘virtuale’ on line. Per questo molti nell’ambito delle psicoterapie psicologiche dinamiche e psicoanalitiche sostengono che la relazione via internet non è virtuale, ma è reale, anzi è ininfluente ai fini della terapia, perché la coscienza assicura la continuità terapeutica.

L’APA (l’Associazione psicologica americana) ha autorizzato le sedute via Skype e l’IPA (l’Associazione psicoanalitica internazionale) dal 2009 permette in alcuni casi l’analisi didattica via Skype o telefono. I candidati analisti cinesi possono fare l’analisi didattica on line. Questo per adeguarsi ai cambiamenti della globalizzazione che impongono una nuova cultura psicoterapeutica che non trova ostacoli di identità teorica. E nonostante tutti gli analisti, favorevoli o contrari, abbiamo sempre sostenuto che è un trattamento surrogato, un compromesso terapeutico, aumenta sempre di più il numero di terapeuti entusiasti delle sedute digitali.

In Italia Migone sostiene con decisione che sia possibile fare la psicoanalisi tramite internet perché le premesse teoriche sono le stesse di quelle alla base della psicoanalisi ‘normale’. Egli mette normale tra virgolette perché la psicoanalisi normale classica così come la tecnica classica è un mito che esiste solo nei libri. È la critica a coloro che sostengono che per essere psicoanalisti bisogna mantenere la tecnica classica (uso del lettino, altra frequenza di sedute settimanali, libere associazioni ecc.).

La teoria psicoanalitica per Migone è un contenitore generale che si può e si deve adattare applicandola alle situazioni e ai bisogni dei singoli pazienti, e alle infinite situazioni cliniche: diverse frequenze settimanali, diverse patologie, terapie brevi, diversi setting, ecc. Per questo, terapie on line e off line non sono oggetti diversi. Per questo la relazione non cambia su internet e perciò anche il transfert e il controtransfert e l’analisi della relazione.

Sostiene Migone che la realtà virtuale e quella reale non sono l’una superiore o inferiore all’altra, ma due diversi tipi di esperienza, tuttavia mette in dubbio che “la realtà ‘reale’ del paziente possa mai essere conosciuta in quanto tale” (Migone 2003).

In psicologia c’è un lungo dibattito su ciò che è virtuale in antitesi a reale, fattuale. Virtuale può far pensare ad una cosa potenziale, come tale dal punto di vista filosofico non ancora esistente. “Quando parliamo di realtà virtuale tendiamo ad indicare una simulazione della realtà oggettiva, l’insieme dei fenomeni percettivi indotti da un dispositivo applicato ad un soggetto umano” (Ludovico 1990). Viene fatto il nesso con l’immagine che rappresenta la realtà fisica, cioè col ricordo cosciente. È da qui l’interesse della psicoanalisi? Da qui la risposta al dilemma se la realtà virtuale si può definire realtà: “E’ una realtà perché vissuta e partecipata sincronicamente con le nostre percezioni (soprattutto visive) ma è altresì virtuale perché incarna una interazione non con oggetti reali ma con rappresentazioni degli oggetti stessi, cioè con le ‘immagini simboliche’ di ciò che viene percepito: un insieme simbolico-astratto e non fisico-concreto” (Ludovico 1994).

Autorevoli cultori di psicoanalisi e psicologia clinica considerano la realtà virtuale delle sedute on line molto vicina alla funzione dell’illusione che per Winnicott è necessaria nei rapporti di sviluppo. “Un’illusione accostabile secondo alcuni (Gabbard 2009, Goldberg 1999) allo spazio transizionale di Winnicott (1967) come spazio collocato tra la realtà esterna e il mondo interno, dove vigerebbe, ad esempio nel caso di Skype o di Zoom, l’indecidibilità di appartenenza e di esistenza tra la macchina e la mente” (Fiorentini 2017).

L’uso del dispositivo nell’emergenza pandemica per mantenere il rapporto può evocare l’assunto winnicottiano di oggetto transizionale, un “oggetto impregnato di illusione ma che può avere una valida funzione di mantenere il rapporto e non perdere il rapporto con l’oggetto e promuovere lo sviluppo della funzione simbolica” (Bonaminio 2010).

Lo stadio degli oggetti transizionali è una fase intermedia in cui la madre buona aiuta il bambino a distinguere l’oggetto esterno da sé. L’oggetto esterno-madre viene riconosciuto come separato da sé ed esterno grazie al fatto che l’oggetto di rapporto che viene sottoposto alla fantasia distruttiva del bambino, ritorna dimostrando di sopravvivere a questo attacco inconscio.

Secondo questa ottica psicologica relazionale, oggi prevalente, quando viene a mancare la presenza della madre/terapeuta viene meno quel contenimento relazionale che impedisce al bambino di vivere le sue fantasticherie distruttive come onnipotente e si aprono così le porte alle sensazioni di smarrimento, di cadere in un pozzo senza fondo fino a perdere il senso della presenza (Winnicott 1965).

 

La relazione terapeutica per la guarigione

Nella psicoanalisi il setting è definito classicamente come “l’insieme delle condizioni formali e contrattuali che fanno da cornice al lavoro analitico” (Genovese 1986).

Negli ultimi decenni di frammentazione ed eclettismo teorico, il setting ha progressivamente assunto il ruolo primario nel processo terapeutico, mettendo in secondo piano l’interpretazione e diventando di per sé il fattore terapeutico basilare. Il setting è considerato l’elemento che caratterizza in modo specifico l’identità della psicoanalisi basandola sull’alta frequenza di sedute settimanali. Il setting, una realtà materiale, viene ritenuto in grado di simulare le cure materne per le sue modalità contenitive e regolari e perciò capace di svolgere le funzioni di contenimento, di presenza, di ambiente che facilita l’attaccamento.

Nella nostra impostazione del processo terapeutico “a monte della struttura della psicoterapia fatta di setting, transfert e interpretazione ci sono le categorie di spazio tempo e concetto di causa, ovvero ricerca dell’eziopatogenesi (Fagioli 2008). “La psicoterapia è un atto medico che si fa nel setting” (Fagioli). Per fare la psicoterapia prima bisogna formare il setting. Per Fagioli portare la psichiatria alla psicoterapia voleva dire “con le interpretazioni dei sogni, la conoscenza del pensiero senza coscienza e la cura, ci potrà essere in ognuno il pensiero della nascita”.

Per noi il setting è innanzitutto una separazione, un limes  che separa la dimensione spazio-temporale esterna da quella interna. La separazione dal mondo esterno è fondamentale per realizzare una sensibilità del corpo che, di norma, la coscienza fa sparire nella razionalità che controlla i rapporti sociali (Fagioli 2010).

Se nella storia ci siamo formati come terapeuti solo dopo aver affrontato la cura è perché teoria e metodo hanno con coerenza disvelato l’illusorietà di un certo tipo di setting, aprioristico e sacrale.

“All’Istituto di psichiatria, nonostante il rigore del setting, in verità, il setting non c’era. Il setting non c’era perché nonostante il comportamento rigoroso non c’era la separazione dalla realtà ‘esterna’; conseguentemente penso che il setting, oltre il rigore del tempo e dello spazio, stia nel rapporto particolare, specifico che si stabilisce tra psichiatra che interpreta e altri che chiedono la cura che è interpretazione e frustrazione; quindi la frase si può formulare anche nell’altro modo ovvero dicendo che non c’è setting se non c’è separazione dalla realtà esterna. Allora posso dire che il setting si è costituito quando è stato lasciato l’Istituto di psichiatria, quando c’è stata una separazione, una separazione dalla realtà esterna. Così devo dedurre che l’Istituto di psichiatria era realtà esterna al setting e, quindi, all’Analisi collettiva. E tristemente devo pensare che questa realtà esterna riusciva ad impedire che il rapporto tra lo psichiatra e gli altri si approfondisse come poteva approfondirsi” (Fagioli 2005).

Alla base di questa idea – che non è il setting a fare il rapporto terapeutico, ma è un certo tipo di rapporto che fa il setting – c’è l’interpretazione: “Entrare nel luogo detto setting è ricreare la nascita ed il primo anno di vita. È possibile soltanto se la separazione dall’identità sociale ‘non è’ pulsione di annullamento (Fagioli 2015).

Per entrare nel setting è fondamentale quella separazione dalla realtà esterna che ci rende indifferenti al mondo esterno, quella separazione dai rapporti sociali in cui domina il ricordo cosciente. Uscire dal setting è separazione dal mondo mai visto e vissuto del pensiero senza parola che non è cosciente (Fagioli 2015).

Tutta la pratica della psicoanalisi è basata sul distanziamento dall’inconscio, nel senso di trovare le modalità per tenerlo sotto controllo, lasciarlo gradualmente ‘tracimare’ nella coscienza, con l’imposizione delle libere associazioni e l’interpretazione di ciò che un tempo era cosciente e poi è stato rimosso. È ciò che fanno ancora i freudiani e i post-freudiani ortodossi; è così per i bioniani e i post-bioniani che lavorano in seduta col modello del campo, che si presta bene all’on line, in cui svolgere il gioco narrativo delle identificazioni proiettive del paziente e controidentificazioni proiettive del terapeuta, in un contenimento dell’inconscio che non è oggetto di conoscenza ma va depotenziato della carica aggressiva e distruttiva con cui si manifesta fin dalla nascita, per la presenza nella natura umana dell’istinto di morte (Klein, Bion). Non ci si può addentrare nell’inconscio per conoscerlo, perché, come ha detto Fagioli, si teme che “se l’inconscio viene conosciuto poi si sviluppa”. Solo se si tiene a distanza dalla conoscenza, senza scendere agli inferi del caos di pulsioni parziali, limitandosi a farne esperienza indiretta nel ‘mastica e sputa’ (identificazione introiettiva e proiettiva) del campo analitico, si può tenere fermo, distante, confinato e controllato, raccogliendo il presunto miele (in verità fiele) dell’identificazione con l’oggetto buono. Ma noi sappiamo che “senza la conoscenza non è cura fino in fondo, è precaria” (Fagioli 2010). Senza arrivare a conoscere se stessi non c’è cura per la guarigione.

Nel processo analitico il rapporto inconscio si attiva con le libere associazioni e con il transfert (il come se l’analista fosse il padre, la madre, ecc.) oltre che, come detto, con il gioco delle fantasticherie. Proprio in riferimento al ‘come se’ fosse un altro, nel transfert, molti autori psicoanalisti esperti di fenomeni digitali hanno usato il termine ‘simulazione’ per definire la seduta on line. Anche il sognatore ‘simula’ il soddisfacimento del desiderio tramite l’immagine allucinatoria.

Nella nostra impostazione del processo terapeutico il rapporto inconscio si attiva prima di tutto con la separazione dal mondo esterno che cimenta la fantasia di sparizione, movimenta la capacità di immaginare e la memoria inconscia. Noi dobbiamo ricreare nella situazione psicoterapeutica le condizioni per andare verso l’inconscio non rimosso, non proiettato-introiettato, presente nella separazione della nascita e nelle fasi iniziali dello sviluppo, quello prima considerato impensabile oltre che inconoscibile.

“Il terapeuta deve sempre ripetere questo processo di nascita” (Fagioli) separandosi dal mondo esterno con la fantasia di sparizione, perché solo se ricrea il suo primo anno di vita può comprendere e interpretare l’inconscio non rimosso e non proiettato. Lo possiamo fare perché esiste un pensiero teorico che l’ha verbalizzato e una formazione che lo ha realizzato dopo averne risolto le carenze.

“Penso al setting come realtà materiale che è la realtà fisica del corpo reso senza spostamento nello spazio” (Fagioli 2015). “Ed ora, diversamente dall’Istituto di psichiatria, entrando nella seduta di psicoterapia di gruppo, si realizza la separazione dalla prassi del corpo che si muove nella società. La prassi del corpo è la stessa che si verificava all’Istituto di psichiatria, la realtà umana era completamente diversa. Nel 1980, con la separazione, si realizzò la scomparsa dello psicoanalista… ‘sacerdos in aeternum’, che restava tale anche quando non c’erano più lo spazio ed il tempo del setting” (Fagioli 2015).

Cambiare setting non è solo cambiare spazio e tempo, ma può cambiare il rapporto terapeutico perché cambia la realtà umana. Nel setting di Villa Massimo non c’era la separazione dal mondo esterno e così non c’era la possibilità di realizzare una cura della guarigione.

Riassumendo: il setting della psicoterapia si basa prima di tutto sul concetto nuovo di separazione. Separazione dalla realtà esterna per entrare nel rapporto di cura, nel luogo condiviso in cui si costituisce il rapporto di transfert e controtransfert con frustrazione della violenza invisibile, interpretazione del latente e separazione dal rapporto di transfert e controtransfert alla fine della seduta, il quale non continua chiusa la porta dello studio, abbassato il telefono, finito il collegamento. C’è la separazione e con essa non c’è più il terapeuta (sacerdos in aeternum) e non c’è più il paziente che non deve essere considerato un paziente in eterno e neppure fuori dello studio. Il rapporto extraanalitico è possibile, pensabile e realizzabile proprio se si pensa e si realizza la separazione alla fine di ogni seduta.

Per inciso, va tenuto presente che l’extraanalitico è completamente diverso riferito all’Analisi collettiva in cui non c’è contratto e onorario rispetto alla psicoterapia individuale e di gruppo in cui ci sono. “Voi avete il pagamento e col pagamento cambia tutto” (Fagioli 2010).

Il rapporto di transfert e controtransfert si instaura nel momento in cui si accetta il contratto iniziale di cura. Da quel momento questo rapporto diventa la base e la matrice di ogni interpretazione.

“La relazione di transfert e controtransfert si costituisce e si accetta nella situazione di contratto iniziale di trattamento psicoterapico” (Fagioli 1972).

“Proposi la parola transfert. Sapevamo che la parola non aveva più il significato del rapporto con il padre o madre o fratello ma diceva del rapporto con la realtà umana fisica e mentale dello psichiatra che interpretava i sogni” (Fagioli 2011).

Per fare la cura in psicoterapia bisogna prima formare il setting, mentre nella psicoterapia di sostegno non c’è setting. La libertà sta nel fatto che tutti se lo formano come vogliono, ma una volta che il setting è stato concordato e strutturato bisogna che sia rigorosamente stabile. E questo perché nel nostro indirizzo di psicoterapia il setting è strutturato per poter far emergere quella realtà interna dei primi momenti della vita, quel nucleo originario di sé che richiede rapporto non di contenimento o di accudimento ma di saper sentire, vedere e verbalizzare le carenze latenti dell’altro, quelle cose che fanno la presenza del terapeuta.

Quando nel setting si cerca di andare alle primissime fasi dello sviluppo si deve affrontare nel transfert il non umano, la freddezza anaffettiva. Ciò che non si è fuso al corpo e sviluppato, si può cogliere col sapere immediato del corpo del terapeuta.

L’inconscio legge con il corpo quelle realtà che stanno oltre la percezione cosciente, perché c’è una sensibilità che fa intuire una realtà interna non direttamente percepibile.

Fagioli ha parlato ripetutamente di un tipo di sensibilità che va oltre la stimolazione dei cinque sensi e che è caratteristica della specie umana. Questo tipo di sensibilità è da considerare distinta dalla sensorialità neurologica dei singoli organi di senso, della propriocettività, ecc., anche se le include e le elabora nell’immediatezza del rapporto diretto interumano e della reazione neurovegetativa all’investimento pulsionale dell’altro.

Il neonato apprende dal suo corpo, che è mente, quello che vive nel rapporto con un altro, perché i movimenti (non spaziali) e le reazioni che si sono attivati alla nascita nella realtà biologica lo hanno dotato di una corporeità capace di sentire l’oggetto distinto da sé e cogliere la realtà non materiale dell’oggetto umano di rapporto.

Nel lavoro di cura per la guarigione il nemico più temibile è il non sentire che porta all’anaffettività che altera la mente fino all’inerzia.

“La pulsione di annullamento non esiste se c’è l’esistenza del corpo” (Fagioli 2015).

Le immagini scisse dal corpo, le fantasticherie fatte per eludere conseguenze dolorose temute, impediscono un autentico rapporto con se stessi e gli altri, lasciando gli oggetti del proprio mondo interiore in uno stato di sospensione tra esistenza e non esistenza.

In una Riunione del Comitato editoriale del Sogno della farfalla con M. Fagioli, nel 2009, sul passaggio al setting di gruppo da quello individuale, mi era capitato di dire: “Dalle discussioni che abbiamo fatto sui gruppi è emersa una difformità nella prassi, per cui alla fine cercavamo un po’ di trovare quali erano gli elementi, le condizioni non sperimentabili, quelle su cui poter fondare una prassi collaudata e proporre non una ricerca, ma un’immagine di psicoterapia di gruppo fatta da persone che si sono formate con la tua teoria e con l’Analisi collettiva” (Sogno della Farfalla 2010).

Fagioli: “In base all’assetto tecnico e di formazione uno stabilisce le regole che poi restano costanti sullo sfondo. All’interno di questa cornice c’è il rapporto e c’è la libertà interpretativa, la capacità di saper fare diagnosi, interpretazione. È l’arte medica”.

Nella stessa riunione la domanda di Fiori Nastro: “Secondo te, venendo da una storia comune nel momento in cui si affronta la prassi e si fa psicoterapia non ci sono dei tratti comuni fra tutti e cento gli psicoterapeuti?”.

La risposta di Fagioli: “Spero di no!”.

Non sono da coltivare tratti comuni di identità di appartenenza che in ogni caso non riguardano la prassi. Se uno vuole fare i gruppi di 10, 20, 30 persone, sono scelte personali e nessuno può entrarci, avrà i suoi motivi sulla scelta e ne risponde. Analogamente per il rapporto extra-analitico, se qualcuno lo considera una possibilità terapeutica o un’evenienza che non altera la relazione terapeutica. Ma analoga libertà ce l’ha chiunque esprima un parere negativo, argomentato, sui gruppi con trenta pazienti e sul rapporto extra-analitico.

Più in generale, la stessa libertà di scelta e di critica va riconosciuta a coloro che in base alla propria esperienza alle proprie competenze, alle proprie elaborazioni hanno il compito di proporre non una ricerca ma un’immagine codificata e una struttura di psicoterapia individuale e di gruppo all’interno della Scuola di psicoterapia basata su uno specifico indirizzo teorico metodologico.

Negli allievi e nei giovani psicoterapeuti si manifesta attivamente l’interesse e la richiesta di avere indicazioni sempre più dettagliate su una teoria della prassi chiara e rigorosa, che faccia da “piattaforma di base” ai diversi e personalizzati liberi stili di lavoro.

Ogni indirizzo psicoterapeutico che si avvale di una base teorica e metodologica deve individuare delle invarianti, delle costanti che ne caratterizzino la prassi e rendano riconoscibile e tramandabile la struttura portante del processo terapeutico, pur nell’evoluzione clinico-teorica e negli sviluppi conoscitivi della ricerca.

 

Il passaggio alle sedute on line: un tema aperto

L’emergenza pandemica e il distanziamento fisico hanno riportato un’attenzione crescente sul tema delle sedute on line che in ambito psicoterapeutico da più di un ventennio ha suscitato, come abbiamo descritto sommariamente, reazioni che dal punto di vista teorico sono contrastanti solo in apparenza ma che hanno condotto a posizioni radicalizzate di entusiasmo e di condanna per aspetti marginali.

Il gruppo di psicoterapeuti del Comitato del Sogno della farfalla, diversamente da tutti ha sempre guardato con distacco l’argomento, mai affrontato sulla Rivista, ma analogamente ai colleghi psicoanalisti e psicologi clinici, quando si è presentato il lockdown si è divisa sul passaggio alle sedute on line, prendendo posizioni diverse racchiuse in due dialettici articoli su Left. Tutte le scelte sulla prassi, fatte con una intenzione terapeutica sono libertà dei singoli terapeuti che ne rispondono solo ai loro pazienti, a loro stessi ed eventualmente allo Stato.

Tuttavia l’urgenza invocata per effettuare il passaggio all’on line dopo solo una settimana dalla chiusura degli studi, non ha lasciato spazio ad una riflessione metodologica articolata e tutte le voci argomentative sulla complessità dei fattori da valutare, sono state inghiottite dal richiamo urgente al fare, al fare prioritario per contrastare l’emergenza e le reazioni all’interruzione che lasciavano poche alternative alla necessaria nuova avventura tecnologica finalizzata a mantenere la continuità terapeutica.

Ed è proprio da questo passaggio all’on line e dalle sue modalità che possiamo sviluppare un ulteriore confronto sulla metodologia. Non interessa schierarsi a favore o contro la psicoterapia on line. Su questa scelta è necessario aprire un dibattito e una ricerca a tutto campo che implichi non solo la tipologia di psicoterapia, l’adattabilità, la base teorica, la permanenza dei fattori terapeutici specifici, ecc., ma soprattutto una sperimentazione sul campo del rapporto virtuale.

La Scuola Bios Psychè porta avanti con decisione e rigore l’obiettivo dichiarato di una formazione capace di strutturare un’identità nuova di psicoterapeuta. Ha fatto proprio con responsabilità e impegno l’invito di Fagioli fatto dieci anni fa, forte della riuscita del suo lungo lavoro di cura formazione e ricerca: “Siamo gli unici a fare psicoterapia! Non a fare la psicoterapia in un certo modo, ma a fare la psicoterapia di per sé”.

La quale, ripetiamolo, è psicoterapia se e perché è cura finalizzata alla guarigione.

Per fare la psicoterapia con il fine di curare la malattia della mente si deve avere la certezza che il proprio pensiero non crea realtà che non esistono e che la propria parola è capace di fare comparire le realtà della mente sparite e rese inesistenti.

di Gianfranco De Simone, Direttore della Scuola Bios Psychè